Per raggiungere l’obiettivo del contrasto alla povertà educativa, fine ultimo di Teach For Italy, le Fellow utilizzano quotidianamente strumenti e metodologie mirati. «Per quanto riguarda gli strumenti – spiegano – partiamo dall’analisi dei bisogni reali della classe, attraverso questionari di autovalutazione e strumenti di monitoraggio. Sul fronte metodologico, creiamo invece momenti di dialogo continuo e informale con i docenti, costruendo le attività sulla base dei bisogni rilevati. Per quanto riguarda infine il territorio, cerchiamo di viverlo il più possibile, ascoltando e confrontandoci con le persone e le realtà che lo vivono e lo animano quotidianamente».
Il lavoro in classe, con gli studenti dell’Istituto Pestalozzi di Librino, pone grande attenzione alle competenze socio-emotive, come il rapporto con gli altri, la consapevolezza di sé e la gestione delle emozioni. «Ad esempio, lo scorso anno abbiamo iniziato a lavorare sui cosiddetti “check-in emotivi”, un’attività in cui la classe esplora le proprie emozioni, sia quelle del momento sia quelle legate a temi più ampi. Spesso chiedo agli studenti di raccontarmi come si sentono, anche utilizzando strumenti come le carte», racconta Galletta. Ogni carta raffigura un’immagine, e gli studenti, rispondendo a domande come ad esempio «Come stai oggi?» o «Come ti senti?», scelgono quella che rappresenta meglio il loro stato d’animo e ne spiegano il motivo.
«Interpretano e raccontano le proprie emozioni, spesso condividendole con sorprendente capacità di introspezione: da un’immagine riescono a esprimere come si sentono e cosa provano – racconta ancora Galletta -. Ricordo, ad esempio, uno studente che interpretò una carta dai colori molto intensi dicendo: “Questa carta mi fa sentire sopraffatto, con troppi impegni che non riesco a gestire”. Da qui è nata una riflessione insieme sul significato di sentirsi sopraffatti e su come gestire le responsabilità. Con gli studenti lavoriamo quindi sulla capacità di percepire i propri sentimenti, raccontarli e comprendere l’importanza di saperli verbalizzare». Anche gli studenti percepiscono l’impatto di queste attività e lo riconoscono: «Ci fanno stare insieme e ci fanno conoscere meglio i nostri compagni», dice Emanuele, studente del secondo anno di scuola secondaria di primo grado.
Crescere e trovare soluzioni, insieme
Docenti, dirigenti scolastici, famiglie e associazioni del luogo giocano un ruolo fondamentale nel promuovere crescita e nel trovare soluzioni ai problemi e alle carenze che interessano la scuola e, più in generale, l’intero contesto locale. «Quando il territorio offre attività importanti e necessarie per i nostri studenti o per la scuola, interveniamo per intercettarle e mettere in contatto la scuola con l’ente locale, così da sviluppare insieme una progettualità condivisa», spiega Galletta. «Ogni persona coinvolta nel progetto contribuisce portando la propria conoscenza ed esperienza – le fa eco Lazzara -, con l’obiettivo di costruire un impatto duraturo. Questo risultato nasce dalla connessione tra i diversi attori e da una responsabilità condivisa». Fare rete è, dunque, fondamentale. «Laddove c’è una situazione problematica, lavorare come monadi non serve a nulla – dichiara ancora Galletta -. Dobbiamo imparare a parlarci, dobbiamo imparare a risolvere i problemi insieme, ma anche a lavorare sul bello insieme perché il mondo della scuola e il quartiere offrono molte opportunità e i ragazzi hanno grandi potenzialità. Spesso però energie preziose vengono disperse».
Come in ogni realtà complessa, le sfide sono inevitabili e nulla si conquista senza affrontarle. «Uno degli ostacoli principali è aiutare ragazzi e ragazze a comprendere l’impatto che la scuola può avere sulle loro vite e sul loro futuro, soprattutto in un’età in cui l’istruzione non viene percepita come prioritaria. È fondamentale lavorare sulla fiducia, sulla motivazione e sul senso di possibilità», afferma Lazzara. «Ci sono poi sfide di tipo personale, come imparare a non portare tutto il carico di lavoro a casa, un tema che nel mondo della scuola meriterebbe maggiore attenzione. Su questi aspetti interviene anche il percorso formativo della Fellowship di Teach For Italy, che offre l’opportunità di confrontarsi con la rete di docenti-Fellow che insegnano nelle scuole di contesti marginalizzati di tutta Italia, ricevere supporto e individuare soluzioni condivise con coach didattici ed esperti nazionali e internazionali, seguendo la linea guida dell’organizzazione», conclude Galletta.
Il benessere come chiave del successo formativo
Collaborare con la scuola significa allora vederla non solo come luogo di istruzione, ma come vero e proprio presidio culturale e sociale, impegnandosi perché questo ruolo si traduca in azioni concrete e durature. «Le Fellow si sono inserite in un contesto complesso in modo eccellente, collaborando con gli insegnanti curriculari per favorire l’inclusione. Prima ancora di trasmettere conoscenze, è fondamentale creare un legame affettivo con gli studenti», precisa la dirigente scolastica dell’I.O. Pestalozzi Elena Di Blasi. «La semplice trasmissione meccanica dei saperi dalla mente del docente a quella del discente è ormai obsoleta: si lavora sull’empatia – prosegue – Se riesco a instaurare un rapporto di fiducia e affetto con l’alunno, allora posso davvero fare qualsiasi intervento didattico».
Per la dirigente scolastica è infatti fondamentale «lavorare sulla persona, con la persona, facendo crescere dentro di loro la voglia di imparare, di vivere nella legalità e di emanciparsi dalla condizione del territorio e dalle etichette associate ai quartieri periferici. Ciò che davvero conta non è completare un programma o affrontare un argomento in più, ma garantire che i ragazzi e le ragazze stiano bene a scuola, si sentano accolti, rispettati e voluti bene. Da lì nasce il vero successo formativo», conclude.
Una visione condivisa anche da famiglie e studenti. «Per me una scuola che funziona non si concentra solo sullo studio o sui voti più alti, ma deve essere un luogo dove andare ogni giorno con il sorriso, dove i ragazzi vengono ascoltati e possono sentirsi liberi di esprimere ciò che pensano e provano. Per fortuna, mia figlia entra ed esce da scuola con il sorriso», racconta Jessica, mamma di una studentessa. «La scuola deve essere un posto dove ci rispettiamo e stiamo al sicuro», afferma Clara, alunna di seconda media. «A me la scuola piace così com’è», aggiunge Salvo, suo compagno di classe. «Certo, vorrei ci fosse educazione fisica ad ogni ora, mi diverto, ma so che non è possibile perché lo studio serve per il nostro futuro», conclude.