I ragazzi che arrivano a Spazio LABS hanno spesso alle spalle esperienze di insuccesso in ambito scolastico. «Hanno tutti sperimento un fallimento – afferma la psicologa Vittoria Passanisi – arrivano con un forte senso di inadeguatezza, che a volte si trasforma in ansia o somatizzazioni». I destinatari sono adolescenti tra i 15 e i 19 anni che, pur avendo conseguito la licenza media, non si sentono ancora pronti ad affrontare il mondo del lavoro o a proseguire negli studi. Il progetto si rivolge però anche a chi è inserito in un percorso scolastico ma avverte il bisogno di una proposta didattica integrativa, così come a quei ragazzi che cercano semplicemente un luogo accogliente di aggregazione.
Un luogo dove rifiatare e ripartire, una sorta di porto sicuro in cui tutti, nessuno escluso, possano sentirsi accolti senza giudizio e ricominciare a costruire un futuro diverso. «Attraverso il programma scolastico annuale cerchiamo di comprendere, insieme a ciascun ragazzo, quale cammino sia possibile costruire, partendo dalla scoperta di chi sono e di quale possa essere la loro direzione per il futuro», spiega Manuele Manco, project manager di Spazio LABS. «I giovani che accogliamo sono spesso segnalati dalle scuole, dai servizi sociali oppure arrivano per iniziativa personale – prosegue Manco – e con loro avviamo un insieme di attività pensate per far emergere passioni, attitudini e potenzialità».
Una (non) scuola
Si tratta sì di una scuola, ma di una scuola diversa. Che funziona in maniera non convenzionale e cerca di fare da paracadute a una società che privilegia la competitività. «Non diamo voti, ma impariamo con un’altra modalità, più attiva – precisa Mellano – Noi la chiamiamo Maker Lab: imparare facendo». Al centro c’è il ragazzo, non la didattica. «È molto più importante che gli studenti stiano bene: da lì nascono le conoscenze». Le attività sono organizzate in tre grandi “contenitori”: logica, per l’area matematico-scientifica; comunicazione, per l’ambito umanistico e attività laboratoriali, cuore dell’apprendimento esperienziale.
I laboratori offrono ai ragazzi la possibilità di mettersi alla prova attraverso il fare. «Un’occasione per scoprire ciò che li appassiona e ciò che, invece, – sottolinea l’educatore – non sentono affine». Un esercizio prezioso anche per gli operatori. «Osservarli mentre agiscono all’interno di un contesto pratico ci aiuta a conoscerli meglio». Ed ecco che allora l’arte si rivela un efficace strumento di mediazione, capace di facilitare l’espressione e la relazione.
L’arte come strumento di espressione e relazione
I laboratori sono tanti e diversi. Spaziano dalla musica all’arte di strada, come i murales. Ma non solo. «In questo periodo i ragazzi partecipano a un laboratorio artistico guidato da un’artista, che prevede la realizzazione di un totem», spiega ancora Mellano. «A partire da una struttura di base, i ragazzi lo costruiscono, lo decorano e lo trasformano in qualcosa che esprima chi sono. Il contenuto è libero – prosegue l’educatore: c’è chi racconta una passione personale, chi un’idea o un pensiero, chi affronta temi come la giustizia, l’elettronica o l’informatica». L’arte offre, infatti, una modalità espressiva alternativa «capace di dare voce a ciò che fatica a emergere attraverso il linguaggio verbale rendendo possibile un racconto di sé più spontaneo e autentico».
Più in generale, l’intera didattica è pensata secondo un approccio laboratoriale. «Anche materie come matematica o italiano non vengono mai proposte con lezioni frontali. Se parliamo di geometria, costruiamo forme, se lavoriamo sull’italiano e sulla comunicazione, partiamo da Dante o dalla poesia, ma poi scriviamo una poesia, mettendoci in gioco in prima persona». Un lavoro che diventa anche occasione di riflessione psicologica. «Nel caso del totem, il richiamo all’identità è calzante – spiega la psicologa Passanisi, perché permette di esprimere parti di sé attraverso una creazione che parla del mondo interno dei ragazzi».