Radostina è una delle persone che ha creduto in Dimitar. Il suo percorso non è casuale. «Sono cresciuta in una famiglia rom con una madre single». Sua madre è stata la prima donna rom della loro città a diventare insegnante.
«Ha cambiato il ruolo della donna rom», spiega Chaprazova. Anche lei ha affrontato ostacoli. «So cosa significa ricevere una proposta di matrimonio a 15 anni», racconta. «E dovermi salvare da un matrimonio precoce scegliendo di continuare a studiare». Dopo l’università e un periodo di lavoro nelle istituzioni pubbliche e alla Commissione europea, ha deciso di dedicare la propria carriera ai giovani rom. «Il sostegno che ho ricevuto mi ha insegnato che ho una responsabilità: restituire qualcosa alla mia comunità».
Il nome della fondazione deriva dal greco antico. Arete, ovvero «sii la versione migliore di te», spiega Radostina. Da oltre quindici anni l’organizzazione lavora in tutta la Bulgaria con programmi di mentoring, borse di studio, sostegno psicologico e formazione. «Le difficoltà non mancano», racconta una tutor della fondazione. «Ci sono molti bambini brillanti, ma spesso mancano di metodo di studio e motivazione. In tante famiglie l’istruzione non è considerata una priorità: basta che i figli frequentino la scuola, senza una reale consapevolezza del valore dell’educazione». Una visione condivisa anche da Radostina. «Per noi i giovani rom sono persone con un potenziale nascosto», sottolinea. «Noi lo cerchiamo, lo troviamo e lo sviluppiamo». Negli anni Arete ha lavorato con più di 5mila giovani. Molti sono diventati professionisti: insegnanti, medici, avvocati, imprenditori. «Non siamo solo un’organizzazione», spiega Chaprazova, «ma una comunità. Un luogo dove puoi essere te stesso senza paura».
Dal villaggio alla città
Tra i giovani sostenuti dalla Fondazione Arete ci sono anche Anela e Viktoria. Ani, oggi studentessa di economia all’Università di Sofia, ricorda bene le difficoltà affrontate durante il percorso scolastico: insegnanti poco preparati, episodi di discriminazione e compagni spesso scoraggiati. «Ci dicevano: “Cosa andrete a fare in una grande città? Non è per voi”», racconta. L’incontro con l’organizzazione è avvenuto durante un campo estivo. «Non avevo idea di cosa fare della mia vita», spiega. «Quel campo ha cambiato tutto: mi ha fatto capire il vero valore dell’istruzione». Anche Viktoria, per tutti Viki, lega all’istruzione una svolta decisiva. «Mi ha dato qualcosa che prima sembrava irraggiungibile: la libertà», dice. «Mi ha permesso di lasciare il villaggio, trasferirmi in città e non avere più paura. Se fossi rimasta lì, probabilmente oggi sarei già madre». Accanto a loro ci sono altri ragazzi e ragazze prossimi al diploma, con sogni chiari per il futuro: diventare medici, infermieri, ostetriche. «Mio padre vuole che io sia preparata e una persona intelligente», ci dice Zoe, commossa.
La «prima» generazione
Per molti giovani rom, andare all’università significa essere i primi della propria famiglia. Chaprazova li chiama “la prima generazione”. «Essere i primi a finire la scuola. I primi ad andare all’università. I primi a realizzarsi professionalmente». È così che si cambia una comunità. «Mostrare esempi reali è una delle molle motivanti più forti», spiega. «Quando i giovani vedono qualcuno come loro che ce l’ha fatta, iniziano a credere che sia possibile anche per loro».
Oggi Dimitar attraversa ogni mattina i corridoi dell’Università di Sofia. A volte pensa alla sua vecchia classe. Trenta studenti all’inizio. Uno soltanto arrivato fin lì. Ma lui non vuole restare un’eccezione. Sogna di tornare proprio in quelle aule dove tutto è cominciato, per lasciare nei bambini lo stesso segno che qualcuno, un giorno, ha lasciato in lui: la certezza che studiare può cambiare il destino, può riscrivere una vita. «Quando fai il primo passo», dice, «diventi più forte». E a volte basta proprio quel primo passo per cambiare tutto.